Due coquillos sulla terra secca
Jillian Pomare arrivò quella domenica con due piante in mano, radici e tutto il resto. Le depositò sul suolo sabbioso e compatto, dove le impronte dei passi raccontavano il viavai del lavoro sul campo. Erano due esemplari di Cyperus sp. —ciò che in queste terre conosciamo come coquillo o giunco— con i loro inconfondibili steli triangolari e le infiorescenze aperte come piccoli piumini: uno ancora giallo-verdastro, l'altro già secco e dorato, come se il tempo tra i due fosse trascorso nello spazio di pochi centimetri.
Il registro rimase così: due piante strappate dalla radice, depositate su una terra arida, senza altra compagnia che una foglia secca caduta accanto. Nessun animale, nessuna presenza umana visibile. Solo quel gesto silenzioso di togliere qualcosa dal suolo per osservarlo da vicino, che è spesso il primo passo per capire cosa sta crescendo —e cosa sta soppiantando— nei terreni aperti della riserva. Il coquillo è un'erbaccia tenace nelle zone agricole, e la sua presenza qui merita attenzione.